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Mar 01, 2011

Software libero, azienda aperta. Cum grano salis...

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L'apertura delle politiche e del modo di pensare delle aziende del free software non deve indurre ad eccessive semplificazioni, meno che meno deve far passare in secondo piano la tutela della privacy e delle informazioni riservate, né deve farci scordare che siamo un attore di mercato. L'equilibrio tra apertura e chiusura, tra coopetition e competition deve essere chiaro a tutti i livelli dell'azienda.

Lo spunto

 
Essere il più aperti possibile, non significa rinunciare alle proprie responsabilità verso l'azienda e verso la privacy e i diritti d'autore del Cliente.

Un recente post di Marten Mickos, già CEO di MySQL, tratta in modo completo e coinvolgente il tema della "quotidiana vibrazione sui temi dell'apertura e della chiusura". Ne consiglio caldamente la lettura.

La riflessione

Per esperienza diretta, tutti sappiamo che c'è qualcosa di trascinante, di profondamente moderno, direi quasi di rasserenante nell'idea di dichiararsi aperti, e di agire di conseguenza. Ma abbandonarsi a corpo morto a questo atteggiamento ha il suo "lato B", da tenere in debita considerazione. Svilupperò questa riflessione su tre piani, interno all'azienda, mercato in generale, e il nostro mercato di riferimento, il Settore Pubblico.

Nell'azienda: il "troppo aperti" esiste!

Il post di Marten Mickos espone con un misto di entusiasmo e lucidità il peso di una scelta di massima apertura, che in azienda vuol dire anche dare voce a tutti, a prescindere dal ruolo, e - tendenzialmente - incoraggiare un'assoluta trasparenza. Basta il normale buon senso a individuare subito le aree di possibile conflitto:

  • le informazioni ricevute dai Clienti, che rappresentano una loro conoscenza e proprietà intellettuale, non possono essere divulgate senza consenso. Il personale dell'azienda deve essere formato a riconoscere e a gestire questa area grigia;
  • i dati personali, sensibili e in generale quanto attiene alla privacy non può essere esposto in modo indiscriminato;
  • processi decisionali totalmente governati dalla base (estrema conseguenza di un'apertura all'ascolto) possono comportare decisioni inaccettabilmente lente.

Questi aspetti debbono essere governati con metodi e direttive interne all'azienda: in ogni caso il personale deve essere sensibilizzato su questi aspetti. Il "capitale sociale" (l'insieme di relazioni interne patrimonio dell'azienda) va gestito metodicamente per essere valorizzato, non lasciato a sé stesso. Limitativamente, i binari potrebbero essere descritti come "la gabbia che vincola il percorso del treno", ma al tempo stesso sono il suo vantaggio, la precondizione per il suo successo. Così i metodi in azienda: non celle e recinti, ma canali privilegiati per l'efficienza.

Il mercato: cooperare, "coopetere", competere

 
Un rilascio pubblico affrettato o indiscriminato può anche mettere in ginocchio un'azienda

Ci sono motivi molto facili da capire per cui un'azienda possa legittimamente dilazionare o addirittura evitare il rilascio pubblico di componenti custom. Un oltranzismo della "openness" può sfociare in stupido autolesionismo per un'azienda che - alla fine - è un attore di mercato. Il "pubblico" contiene anche tutti i competitors e, fortunatamente per tutti, la proprietà privata esiste ancora, a dispetto dei vecchi slogan.

L'azienda è la famiglia, la community sono gli amici, il "pubblico" è la società intera. Esistono doveri su tutti e tre questi livelli, non solo sull'ultimo.

Nella nostra esperienza, con una tecnologia come Plone, in costante crescita ma non ancora mainstream, vediamo le altre aziende che la propongono come compagni di avventura. Con alcuni di essi cooperiamo strettamente (stringendo ATI, reti di imprese o condividendo iniziative di marketing, ad esempio nel ContènTOUR), con altri siamo in "coopetition" (condividiamo i valori di fondo,  la community Plone, le sue iniziative), con altri ancora siamo in competizione aperta, come ogni buon attore di mercato - e in questo non c'è nulla di male. 

Logo Plone

Probabilmente, di pari passo con l'affermarsi di Plone, questo scenario sfumato andrà a radicalizzarsi, con il grigio della "coopetition" che si ridurrà mano a mano che Plone saturerà il mercato (con meno possibili clienti a disposizione, la lotta e l'alleanza diverranno le sole alternative): nulla di apocalittico in questa situazione, che vivono tutte le aziende non-open. Se mai ci si arriverà, l'alternativa "con me o contro di me" non impatterà assolutamente sull'apertura intrinseca del software, che resterà libero come prima. Nessuno rischia niente, a cambiare saranno le strategie, non la filosofia di fondo.

"Il tuo software è di tutti." - "Un momento!"

Il sistematico rilascio al pubblico dominio del software sviluppato va equilibrato con le esigenze del Cliente, e ciò è particolarmente vero nel Settore Pubblico, nel quale esperienze come PloneGov Italia pongono ogni giorno i propri membri di fronte alla necessità di formalizzare a un qualche livello il riuso. 

Logo PloneGov Italia

Se anche realizziamo una soluzione, la competenza che c'è dietro (rappresentata da processi, logiche organizzative, politiche del back-office) e la relativa proprietà intellettuale sono dell'Ente che ha investito denaro pubblico nella realizzazione: i motivi che inducono i responsabili IT e le loro pubbliche amministrazioni a porsi il problema di governare il riuso, non sono certo dovuti a meschinità o ambizione personale, ma piuttosto all'esigenza di gestire responsabilmente un patrimonio dell'Ente.

Istituti quali le convenzioni tra Enti, i protocolli di intesa, la implementazione di clausole aggiuntive nei modelli di licenza di riferimento (EUPL, GPL e simili) non limitano il riuso: lo rendono possibile. 

Una certa competenza sul tema, e attenzioni quali la disponibilità di un testo di delibera di adesione a PloneGov Italia o di schemi di convenzione, vanno incontro a questo tipo di esigenza: è importante che i decisori politici si riconoscano nell'esperienza del riuso. Se da queste persone esigiamo un assunzione di responsabilità quando sbagliano, allora dobbiamo anche aiutarli ad assumersi la responsabilità del loro ben fare, capendo le loro esigenze e accontentandoci di un 98% di apertura anzichè di un 100%.

Conclusione

L'apertura è una scelta: se non è una scelta, perde valore. L'apertura non è un riflesso pavloviano, un atteggiamento compulsivo, uno slogan per fare bella figura. L'apertura è una strategia, e come tale va gestita e governata, senza faciloneria, senza moralismo, se no si rischia di cadere in contraddizioni in termini: "aperto per forza" è un po' come "sii spontaneo!" e molto vicino al "vietato vietare".